Artiglio del diavolo: tutte le proprietà e le controindicazioni.

L'artiglio del diavolo è una pianta dell'Africa del sud con spiccate proprietà e poche controindicazioni, a beneficio del sistema osteoarticolare. Vediamo quali.


Postato il: 28/06/2013


Basta dare anche solo una rapida occhiata alla radice per comprendere facilmente perché l’Arpagofito sia chiamato abitualmente Wood’s spider (letteralmente Ragno di legno) ed ancor più comunemente conosciuto nella sua zona d’origine, nonché in tutta l’Europa, con il nome di Artiglio del diavolo (Teufelskralle [Ger], Devil’s claw [Eng.], Griffe du diable [Fra.] )

Proprietà, dosi e controindicazioni

Secondo la tradizione popolare questa pianta deve infatti il suo nome alla “danza” scomposta che esibiscono gli animali che avventatamente calpestano i suoi frutti (lunghi fino a 20 cm),   caratteristicamente appiattiti e lignificati, nonché dotati di numerosi ed acuminati uncini che facilmente si conficcano nelle zampe (consentendo in tal modo anche un efficacissimo modo per diffondere sul territorio la pianta a discapito dei malcapitati animali).

Pianta erbacea rampicante perenne, cresce bene su terreni sabbiosi ben drenati a temperature comprese tra i 17 ed i 30° C, caratteristiche che meglio spiegano la sua ampia diffusione in Namibia ed in minor parte in Botswana e nella zona settentrionale e del Nord-Est del Sud Africa (1). Il suo fusto strisciante si origina da un unico tubero (tubero madre) che può raggiungere i 2 m di lunghezza. Le radici a fittone sono strutturate in una radice primaria che penetra per non più di 1 m. di profondità nel terreno, dalla quale si diramano (per un raggio che può estendersi anche per quasi 2 m.) le radici secondarie che fanno da veri e propri organi di deposito per la pianta; e come è facile intuire è proprio questa la parte maggiormente utilizzata a scopo fitoterapico in quanto è qui che ritroviamo la massima concentrazione di principi attivi a valenza officinale (2,3).

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E’ bene tener presente comunque, che ad oggi (vista anche la grossa richiesta commerciale che minaccia di estinzione questa pianta difficile da coltivare) grazie ai sempre più raffinati metodi di estrazione, i principi attivi in estratto secco standardizzato vengono estratti anche dalle foglie e dai frutti. Inoltre a tal proposito non di rado da qualche anno viene utilizzata per l’estrazione anche l’Harpagophytum zeyheri (4), una pianta tassonomicamente molto vicina all’Arpagofito, che seppur altrettanto utile non garantisce però la stessa elevata resa.

Riguardo al suo impiego come fitoterapico, da secoli è utilizzato dagli indigeni delle regioni dove la pianta è più diffusa, come antipiretico, antiflogistico ed analgesico (in particolare per alleviare il dolore e rallentare l’emorragia post-partum) ed anche per i dolori reumatici, muscolo-scheletrici ed in forma di unguenti per le distorsioni e per la risoluzione di diverse affezioni cutanee (comprese ulcerazioni e piaghe).

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Sebbene questa pianta sia stata descritta e catalogata dagli scienziati europei nel 1820, le sue proprietà curative furono scoperte in Namibia solo nel 1907 da G.H. Mehnert, un colono tedesco che le apprese direttamente dagli abitanti del luogo; successivamente grazie agli studi del professor Zorn effettuati nell’Università di Jena negli anni ’50, e concentrati sulla sua azione antiartritica, l’Arpagofito cominciò con successo “ad affacciarsi” in Europa, attraverso la Germania, come rimedio fitoterapico (5).

Prima di tutto per comprendere al meglio efficacia e validità terapeutica di questa pianta, cominciamo con il discorrere dei suoi costituenti principali.

La “potenza curativa” dell’Artiglio del diavolo risiede nel suo contenuto di glucosidi iridoidi (2-3 %) e nello specifico nell’arpagoside (che nei prodotti standardizzati commercializzati   in Europa é generalmente contenuto minimo del l-1,2%) (6), procumbide ed arpagide, sostanze a riconosciuta attività analgesica ed antinfiammatoria,  nonché di fitosteroli ed in particolare il beta-sitosterolo, acidi organici come il cinnamico il caffeico ed il clorogenico, triterpeni come l’acido oleanolico ed ursolico e diversi flavonoidi (7) (come la luteolina ed il kaempferolo entrambi ad azione antiossidante ed antinfiammatoria).

Nello specifico ricordiamo che gli iridoidi agiscono inibendo la sintesi delle prostaglandine (sostanze che sono alla base dello sviluppo dei processi infiammatori) con l’arpagoside che presenta un marcato effetto antiflogistico analgesico e spasmolitico (8); il ?-sitosterolo inibisce anch’esso la prostaglandino-sintetasi abbassando ulteriormente la concentrazione di questa sostanza

Alla luce delle numerose sostanze presenti in questa pianta, anche se sono stati effettuati molteplici studi sulla sua efficacia farmacologica, tanto da essere tra le piante officinali ad attività antinfiammatorie quella a più ricca documentazione scientifica, una identificazione univoca del meccanismo d’azione è sempre abbastanza delicata da individuare, ed a tal proposito alcuni studi hanno evidenziato un efficacia legata esclusivamente all’impiego del   fitocomplesso in toto (9) nella sinergia d’azione di tutti i suoi componenti (10) e non sempre equivalente per l’applicazione del singolo componente (11,12), anche se molteplici studi in vitro dimostrano l’efficacia dell’arpagoside su culture cellulari, segno evidente che di fondamentale importanza risulta la quantità ed la concentrazione del principio attivo testato.

Come già in altre circostanze affermato, ciò che nella medicina tradizionale è da tempo applicato come rimedio efficace (seppur non supportato da dati clinici) dovrebbe essere di per se motivo di interesse scientifico-terapeutico. Ebbene alla luce di ciò e del fatto che come già accennato, da secoli nei popoli indigeni africani l’Arpagofito è utilizzato come analgesico,  antipiretico  e digestivo, possiamo affermare che i campi di efficace applicazione terapeutica di questo fitocomplesso (ad oggi anche sperimentalmente accertati), possono essere riconducibili a:

Attività analgesicaantiinfiammatoriaantireumatica.
L’utilizzo fitoterapico per eccellenza dell’Artiglio del diavolo ad oggi è quello nel trattamento sintomatico dell’artrite reumatoide e di altre condizioni reumatiche (13,14,15,16) nonché nell’osteoartrite (17,18,19), registrando a parità d’efficacia anche analgesica, minori effetti collaterali di altri farmaci (come la diacereina) utilizzati abitualmente (20). Altrettanto importante è l’efficacia antinfiammatoria (21,22) che in alcuni studi sembra essere non strettamente correlata alla presenza dell’arpagoside, a conferma che è l’intero fitocomplesso nei suoi totali costituenti ad essere estremamente efficace più che la singola molecola (23). L’effetto anche analgesico delle due specie di Harpagophytum (24) ed in particolare a livello periferico dell’arpagoside, risulta confermato anche in sperimentazioni mirate, su pazienti affetti da osteoartrite dell’anca e del ginocchio (18, 20).

Attività antiossidante e condroprotettiva (di protezione delle cartilagini).
Alla sua efficacia nella terapia antidolorifica ed antinfiammatoria a livello delle articolazioni contribuisce non poco anche la sua capacità condroprottetiva dovuta all’inibizione di numerosi fattori di degradazione della cartilagine dimostrata in diverse sperimentazioni (25,26). Da non dimenticare a tal proposito è anche la ricca presenza nell’Arpagofito di fitofenoli e flavonoidi, note sostanze antiossidanti che risultano essere ottimi coadiuvanti nell’efficacia antinfiammatoria (27).

Attività sull’apparato gastrointestinale.
Altro tradizionale utilizzo dell’Artiglio del diavolo è quello riferito al trattamento dei disturbi digestivi. Il suo contenuto in glicosidi iridoidi amari, innesca infatti una particolare stimolazione gastrica, incrementando la produzione di acidi gastrici e stimolando l’appetito e la digestione (28,29). Sembra abbia anche una generale azione regolatrice nella dispepsie, come dimostrato da sperimentazioni nelle quali la somministrazione orale di decotti di Artiglio del diavolo hanno permesso di ottenere un miglioramento nei casi di costipazione, flatulenza, diarrea (30). Risulta essere un buon coleretico.

Attività sull’apparato cardiovascolare: antiaritmico.
Gli effetti dell’Arpagofito sull’apparato cardiovascolare grazie ad un equipe di farmacologi italiani, sono stati studiati con buoni risultati su modelli sperimentali, già a partire dalla metà degli anni’80 (31,32). Grazie a questi studi su animali si è potuto evidenziare un marcato effetto antiaritmico ed ipotensivo dose dipendente (33). 

La prescrizione in uso nella medicina tradizionale di sconsigliarne l’utilizzo ai diabetici ha portato infine ad indagare sulle sue proprietà ipoglicemizzanti, confermandone tale attività (34).


Controindicazioni e avvertenze.
Ma come in tutte le cose, seppur piccolo in questo caso, c’è però il ” rovescio della medaglia”; ed infatti, conosciuti i principali campi di applicazione terapeutica, ci risulterà più semplice comprendere le seppur poche, ma esistenti, controindicazioni che questa pianta (considerata tra le più “sicure”) possiede.

Come da poco sottolineato il suo utilizzo è prima di tutto sconsigliato nei soggetti in cura con farmaci ipoglicemizzanti (35), nonché in quei pazienti con ulcera duodenale e/o gastrite nei quali a causa della presenza di sostanze amaricanti (36). la secrezione gastrica aumenta con conseguente diminuzione del pH gastrico (28,37), aumento della gastrolesività legata all’eventuale utilizzo di FANS (35) e riduzione dell’efficacia dei farmaci antiacidità (38).

Alla luce delle dimostrate attività antiaritmiche (33), l’Artiglio del diavolo dovrebbe essere sconsigliato in pazienti in trattamento con farmaci aritmici, nonché in quelli che utilizzano anticoagulanti come il warfarin per il quale è stata riscontrata una potenziale interazione (39), con possibile incremento del rischio di sanguinamento.

Infine a causa del suo effetto ossitocico (stimola e rinforza le contrazioni uterine ed anticipa il parto), confermato anche da studi in vitro effettuati su animali (40), è sconsigliato il suo utilizzo in gravidanza (41,42).

La tossicità generale dell’Arpagofito è comunque da ritenersi complessivamente molto bassa, e relativa a lievi disturbi gastrointestinali (quasi paragonabili alla somministrazione di placebo nelle sperimentazioni effettuate) registrati tra l’altro, in soggetti particolarmente sensibili al fitocomplesso (43).

Dosaggio efficace.
Studi clinici hanno evidenziato che la minima quantità terapeutica efficace di arpagoside risulta essere nei pazienti con dolori cronici di 50-60 mg al giorno (44,45) - equivalente a circa 2500 mg di estratto di Arpagofito al 2% - e nella lombalgia cronica recidivante tale quantità è stata sperimentalmente paragonata all’utilizzo di 12,5 mg al giorno di rofecoxib (farmaco FANS oramai ritirato dal commercio) con però la differenza di una bassissima percentuale di soggetti trattati che abbiano registrato controindicazioni  a carico dell’apparato gastrointestinale (46). Tutto ciò probabilmente grazie al differente meccanismo d’azione del fitocomplesso, vista l’assenza di variazioni nelle concentrazioni ematiche di prostaglandine registratasi in alcune sperimentazioni su pazienti (47).

I dosaggi di riferimento clinicamente efficaci sono di 0,5 – 1,0 gr. di radice secca disciolta in acqua come stimolante dell’appetito e per i disturbi di stomaco, e di 2-9 gr. giornalieri di estratto acquoso di radice, per mal di schiena ed osteoartrite (48) .

Le modalità di assunzione dell’Artiglio del diavolo sono molteplici, in quanto è possibile trovarlo sia in forma di compresse e capsule che, grazie alla radice secca ed ai suoi estratti acquosi, in forma di decotti e/o tisane. Allo scopo di assumerne le dosi terapeuticamente efficaci, è fondamentale comunque utilizzare sempre prodotti dove gli estratti sono titolati e standardizzati.

Bibliografia

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